Ironia del movimento e della morte
Dede Auregli
Anteprima periodico settimanale del 20 10 1990 n° 14 Bologna
(…) Leonardo Pivi, ravennate attivo con mostre personali e collettive già da qualche anno, ci propone un immaginario che scava all’interno di personalissime interpretazioni antropologico-espressive, una sorta di “rivisitazione” di culture tribali e di moderno espressionismo, di paziente e sapiente manualità artistica e artigianale (le sorprendenti sculturine come tanti idoletti da lui realizzati scavando ciottoli di fiume o di viale e i pizzi e gli “uncinetti” di mano femminile) e di indifferente produzione industriale e d’uso quotidiano (gli imbuti di plastica o di lucido metallo che, perduta la tranquilla consuetudine dell’uso appaiono quali oggetti di tortura e quindi di morte). In ogni lavoro è ben percepibile una carica di orrore quotidiano che viene tenuto perfettamente a bada da una fredda, quasi minimale costruzione dell’opera, giocata su strutture lineari, geometriche e comunque parche. In un paio di situazioni Pivi tenta anche la dimensione aumentata; ma se ci sembra riuscire in una “ultima cena” dove le teste in creta posate a terra – forse scalpi o mummie – acquistano la violenza di qualcosa che germina e prolifera, qualche dubbio rimane sulle dita mozzate, quasi falli giganteschi e sgonfi, ai piedi della minuscola figura femminile di “Africa Africa”. Nel catalogo che accompagna la mostra un testo di Roberto Daolio, uno di Claudia Colasanti Canovi e uno di Alessandro Pessoli, un altro giovane artista il cui lavoro, pur in forme e con ragioni diverse appare essere in sintonia con l’ironica (fino a che punto?) necrofilia del nostro. (…)