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Collage, decollage, re-collage

Marco Senaldi

catalogo Re-collage, Galleria Daniele Ugolini, 2007

Negli anni Settanta, il videoartista americano Peter Campus realizzò un video della serie Three transitions, veramente particolare. Si vede l’artista ripreso in primo piano che si ricopre il volto con una pasta colorata. L’azione potrebbe ricordare molte performance di quel periodo, in cui gli artisti impiegavano il proprio corpo quasi come un materiale, una tela da dipingere o della pasta da scolpire – ma in questo caso c’è una sorpresa. Man mano che Campus si spalma, il suo volto scompare, come se fosse inghiottito dallo sfondo del video. Il trucco diventa abbastanza evidente col passare del tempo: il colore con cui l’artista si ricopre è un blu chromakey utilizzato in tv come effetto speciale per creare falsi fondali; ma le sorprese non sono finite. Anziché limitarsi a sparire, il volto di Campus rivela un’altra immagine sotto di sé – solo che l’immagine che piano piano emerge sotto il viso è, di nuovo! il viso di Campus. Il volto, sembra dirci Campus, questa epitome dell’anima umana che ha costituito per secoli il principale oggetto della rappresentazione artistica, è cambiato. Da secoli, gli artisti, per ritrarre un soggetto, lo hanno guardato in viso – e per autoritrarsi si sono osservati in uno specchio. Ma dopo la fotografia, il cinema e il video, hanno iniziato a guardare qualcos’altro – immagini, schermi, monitor. Dopo questo diluvio di icone, non solo lo sguardo artistico è cambiato – ma è cambiato in qualche modo anche l’oggetto di quello sguardo. Invece di vedere un volto come qualcosa di naturale, bello o brutto, caratteristico o anonimo, siamo costretti a guardare talmente tante facce che tratti si sovrappongono a tratti, occhi a occhi, nasi a nasi, in uno sfogliarsi e uno stratificarsi incessante che ha tolto per sempre al viso la sua pace, lo ha reso (come diceva Duchamp) definitivamente non-finito. La stessa pratica, sempre più diffusa, della chirurgia estetica, più che un avvicinamento ad un impossibile ideale di bellezza, non è forse figlia di questo nuovo disordine estetico, di questo ribaltarsi, scomporsi, sfilacciarsi di figure, forme, apparenze s sembianze? Così oggi, l’unica operazione che sembra possibile praticare è una specie di contro-chirurgia artistica: un paziente scollamento, una dissezione quasi anatomica delle icone che hanno sepolto l’enigma originario del viso. Il lavoro di Leonardo Pivi si inserisce esattamente in questo contesto. In parallelo al suo impegno più noto nelle opere musive, Pivi ha sviluppato, con la stessa tenacia e la stessa pazienza, una tecnica particolare che solo apparentemente può essere ricondotta al classico collage. Il collage, questa tecnica tipicamente modernista, estensione diretta del montaggio cinematografico, è nato con le avanguardie storiche proprio come arte combinatoria in reazione al diffondersi incontrollato delle immagini riprodotte. Come non ricordare in proposito la serie di collage Une semine de bonté di Max Ernst, in cui vecchie stampe popolari ottocentesche rivelano il loro versante onirico e sconcertante? Ma negli anni 60 e 70 – cioè gli stessi anni del video Three Transitions di Campus – il collage, come giustapposizione di elementi visivi eterogenei, non costituisce più una reazione artistica adeguata. E’ in quest’epoca che nasce il de-collage, cioè una tecnica in cui si parte da un’immagine unica che viene scollata da se stessa, evidenziando la sua struttura soggiacente. Artisti come Rotella, Hains, Villeglé, non si limitano più ad avvicinare frammenti iconici disparati, ma, a partire da immagini forti, ne mostrano lo sfaldamento intimo, lo sbucciarsi delle epidermidi visive, come nei celebri de-collage dei manifesti pubblicitari cinematografici di Mimmo Rotella. Oggi il collage e il suo analogo inverso de-collage paiono però mezzi fuori moda, troppo deboli rispetto alle potenzialità degli strumenti elettronici – in cui la tecnologia cut-‘n-paste (letteralmente taglia-e-incolla) ha chiaramente soppiantato forbici e colla, relegando questi strumenti in una sorta di limbo del modernariato. Eppure, come ha dimostrato Pivi, nel suo lungo percorso di recupero del mosaico – una tecnica data per defunta e confinata nell’artigianato artistico – talvolta anche le tecniche più obsolete, se attentamente recuperate, possono diventare strumenti inaspettatamente rivoluzionari. Nel suo ciclo sulle copertine dei rotocalchi (2005?), ad esempio, Pivi ha insertato piccoli frammenti a mosaico all’interno delle copertine reali. Il mosaico lì funzionava proprio come un elemento eterogeneo “incollato” all’interno di un contesto tradizionale – di più, a essere trasformati in mosaici erano di solito volti famosi, “da copertina” appunto, mosaici di volti costruiti sopra fotografie di volti (non diversamente che nel video di Campus). Nella serie di opere qui presentate, dunque, Pivi riprende un itinerario già iniziato altrove; ma la novità è che qui riutilizza proprio il “vecchio” collage dandogli un valore inedito, come espediente fisico di intervento chirurgico sul derma delle immagini. Qui, fotografie di volti si sovrappongono a fotografie, corpi di immagini si innestano su immagini di corpi, e il risultato è stranamente fisico, ha uno spessore tangibile che non può non colpire. Al di là del collage e del decollage, questi volti perversamente polimorfi di Pivi sembrano dei collage di collage, dei collage alla seconda potenza dove le stesse cose, le stesse figure, una guancia qui, un sopracciglio là, un orecchio da un’altra parte, ritornano quasi germinando l’una dall’altra come una ritorsione inversa delle icone su se stesse. Re-collage è il termine che spetta di diritto a questa tecnica, qualcosa che è insieme un recupero di uno strumento esistente – e il suo radicale remake, il suo innovativo rifacimento, l’imitazione che da dentro ne stravolge il senso. I ritratti a re-collage che Pivi ha realizzato, dunque, non rappresentano più solo ciò che è divenuto il viso dell’individuo contemporaneo, ma incarnano “la vera faccia” della contemporaneità come tale, il volto – e insieme la maschera – con cui il nostro tempo si presenta e si nasconde davanti ai nostri occhi.