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Da: I PITTORI NEI LORO LUOGHI

Carmen Lorenzetti

Catalogo EX4, Pinacoteca Comunale Bologna, 2021

Leonardo Pivi è un artista eclettico che mescola diverse pratiche artistiche che lo collocano in un luogo dai confini complessi e stratificati. Egli si definisce scultore, anche se ha praticato la pittura e il mosaico, l’animazione e il collage. Di ogni arte ha studiato profondamente le tecniche e usato consapevolmente i materiali come un antico alchimista, andando ad indagare i segreti delle cose e della natura. Usava i fiori per distillare i colori e raccoglieva le pietre lungo i fiumi e nei cortili per scolpire minuscole maschere che si potevano stringere in una mano. Era come seguire la carsica necessità del fare e dell’esprimersi. Quelle maschere, termine da cui deriva la parola persona, erano il luogo tipico dell’espressione delle emozioni umane, dove si mescolano gioia e dolore, pianto e riso per ricordare i _topoi _della fisiognomica antica e rinascimentale. L’espressione passava anche attraverso la figurazione, costruita con una iconografia del tutto personale, strana, favolistica, mitica, che mescolava le forme di un lontano passato e di un vorticoso futuro. Quelle forme nascevano da una ricerca di antropologia dell’immagine nella quale si evocavano suggestioni che andavano dalla statuaria classica al dinamismo dinoccolato dei giocattoli, passati attraverso una specie di centrifuga postmoderna da cui risultavano arti allungati e ipertrofici, protesi naturali o artificiali, sintomatiche di un umore tragicomico e paradossale. Ma la trappola dell’indifferenza del postmoderno, che tutto macina e digerisce, veniva evitata da una salda tenuta etica, oltre che estetica dell’artista, alla ricerca di una dimensione profonda nella vicenda umana vista attraverso la cartina di tornasole della storia atavica come di quella del presente. Il suo essere mitico ed ancestrale risale alle fonti del sacro, del perenne e dell’idea stessa dell’essenza dell’umanità, con tutti i suoi dolori, fragilità e ridicolaggini. Cortocircuiti temporali creano frizioni tra un passato mitico e immobile e un presente franante e incomprensibile rispetto al quale è inevitabile acquisire una veste “inattuale”. Quell’attitudine alla raccolta degli inizi ha accompagnato la pratica dell’artista, che sceglie e colleziona oggetti, materiali preziosi o di scarto, organici e artificiali per poi riutilizzarli – quale contemporaneo bricoleur – per le sue sculture polimateriche e sempre più frammentate, dove però non si affievolisce la traccia della figura, che appare come reperto naturale e meraviglioso di una contemporanea ed inquietante wunderkammer. Il Busto d’uomo con cocorita del 2011, in mostra, ne è un magistrale esempio: varie pietre sovrapposte compongono la figura protetta da una sciarpa fatta da una busta azzurra della spazzatura, una strana busta marrone è infagottata sulla testa che ha un occhio ritagliato a collage, mentre un uccello in tassidermia plana ad ali aperte sullo strano “cappello”. Famosi sono i mosaici dell’artista, dove icone della contemporaneità, a volte rese in maniera esagerata e caricaturale, costituiscono un contrappunto ai fatti e alle immagini mediali del giorno, e di queste prendono in prestito la superficie specchiante e scintillante, ma per costituire un icona, nel senso antico del termine, un’immagine unica e insostituibile costruita dalla perizia dell’artista: così viene paradossalmente recuperato il valore cultuale dell’immagine e messa tra parentesi l’idea di standardizzazione e di circolazione infinita dell’immagine contemporanea. Questa è anche una presa di posizione politica, una scelta ben precisa che viene fatta alla luce di una perdita di saperi legati ad un artigianato antico e tramandato insieme ad un sistema di valori, alla base dei quali stava uno sguardo in grado di distinguere la qualità di un’immagine. Capacità che secondo l’artista è ormai pressoché perduta. Forse, aggiungerei, e in questo il ruolo delle Accademie di Belle Arti è fondamentale, esistono ancora avamposti in cui educare lo sguardo rimane il problema basilare. Anche la sua serie di collage dedicate alle modelle dei giornali ragiona sulla standardizzazione dell’immagine, sull’idea chirurgica della bellezza, di cui l’artista interpreta in maniera letterale l’idea di tagliare e ritagliare. Ma poi crea dei mostri, semplicemente esagerando o rimpicciolendo le dimensioni, che rimandano sempre a quelle atmosfere del meraviglioso di cui si è parlato sopra e che oggi come non mai dovrebbero non solo stupire lo spettatore quanto portarlo ad una maggiore consapevolezza dell’immagine e dei desideri indotti dalla società dello spettacolo. In mostra l’autore ci presenta tre bassorilievi inediti e recentissimi della serie _Paesaggi architettonici _(2021) in cui ragiona in termini di spazio e di scansioni di superficie che creano allusioni di paesaggio con strani pianeti scuri che ci trasportano in un’altra dimensione. Lo spazio cui l’artista di solito allude con le sue figure diventa qui il protagonista e si materializza in maniera illusiva, concretandosi in diversi, affascinanti e sontuosi materiali. Le figurette delle origini, miniature improvvise e quasi occulte ad uno sguardo distratto, sopravvivono ironiche e attingono a meteorologie ancestrali o, in equa partizione, al mondo mediale dei fumetti.

Le sue ultime opere, presenti in mostra, due dalla serie _Spiriti della calce _(2021), ricordano l’idea della sinopia, dello strato preparatorio all’immagine, il luogo da cui essa affiora. Si danno in forma fantasmica, come traccia, segno labile e larvale, origine dell’immagine dal substrato materiale: il senso nasce dalla materia. Queste icone ricordano la Veronica o Narciso, “eroi della specularità”1. Il doppio che si dà smaterializzandosi, l’immagine che si dà come pura evocazione, segno dell’invisibile.

1 Gottfried Boehm, cit.