Il cratere e l’imbuto
Renato Barilli
Quadri e sculture. n.18 1996
Come altri suoi coetanei Leonardo Pivi, accetta, la supremazia dei fumetti, e parte quindi da immagini schiacciate, bidimensionali, tanto è vero che non appare riluttante all’uso di una tecnica come il mosaico, che della bidimensionalità è la sanzione definitiva, la conferma più coerente e rigorosa. Sappiamo del resto che dal mosaico “vero”, composto col ricorso alle “tessere”, alle pietruzze fisicamente consistenti, è possibile passare a quello totalmente virtuale formato dai “pixel” della televisione. E anche quando disegna o incide, Pivi accetta una logica fondata sui valori della superficie. Ma dal piano e dalla sua forza attrattiva egli è pronto ad allontanarsi verso una conquista sempre più piena della terza dimensione, della plasticità. Il processo, nel suo caso, non avviene per colpo di bacchetta magica, o grazie a una spennellata della proverbiale vernice del Dottor Lambicchi, anzi, a renderlo possibile si dà una specie di parto laborioso, per non dire traumatico, e dai risvolti affondati in una buona dose di oscurità e di mistero. Tra le due e le tre dimensioni, nell’arte di Pivi, sta in mezzo un sistema di voragini: bocche, vagine, crateri. Per esempio, in una delle sue prime prove compare un imbuto, carico di un senso di ambiguità; non si sa, cioè, se uno strumento del genere sia assunto per propiziare un atto di fuoriuscita o di ingoiamento. Questo secondo senso. forse, prevale, e l’imbuto stesso costituisce una trappola in cui una figurina – insetto, amorino, immagine fumettistica – è caduto, trovandosi imprigionato per sempre, e avviato a un destino di progressiva miniaturizzazione, come se quel pertugio spalancato fosse la soglia che immette verso mondi via via più ridotti. Ma il fenomeno si può compiere con direzione inversa. e allora quell’apertura assume la valenza del cratere di un vulcano pronto a sputare fuori lapilli e altri proiettili. Le viscere della terra emettono delle specie di ciottoli, che per effetto stesso vuoi del lancio violento, vuoi di una precedente modellazione subita dalle forze endogene, non possono non avere una forma arrotondata, ovoidale (ma forse la metafora del “fare le uova” risulterebbero, nel caso nostro. eccessivamente morbida e organicista). Ecco insomma clic l’artista si ritrova tra le mani una serie di corpi bombati, i quali recano, scavati, incisi, i tratti sommari di un volto, non si sa se imposti ah origine o se invece pazientemente prodotti dall’artista dopo il loro ritrovamento. Comunque, da qualche parte ci deve essere una matrice misteriosa che presiede all’atto dello stampaggio, e che in tal modo riesce a imprimersi su un gran numero di duplicati e di varianti: come se si trattasse di una serie di maschere di sottile materia plastica, che vengono imposte sulla sfericità di altrettante teste, e una volta indossate, si contraggono, si allargano, aprendosi anche in una serie di smorfie allegre o sataniche, esprimenti meraviglia, angoscia, arguzia, smarrimento. Si diceva prima che l’atto del “fare le uova” non sembra del tutto conveniente, per caratterizzare il mondo di Pivi, in quanto operazione fisiologica un po’ troppo “morbida”: ma d’altra parte un altro atto ugualmente organico gli conviene fortemente, al punto tale che l’artista stesso lo evoca in misura consapevole e scoperta. E l’atto di ingoiare con la bocca, tesa, spalancata nello sforzo, il che poi giustifica anche un senso di lettura di segno esattamente contrario: quella bocca si apre non già per ingoiare bensì per emettere, sotto la pressione di una contrazione del ventre, come quando il nostro corpo è scosso dal vomito; e da qui è breve il passo che porta all’atto del partorire. Certo è che l’intera produzione di Pivi può essere vista come un transito continuo attraverso atti successivi di divorazione – emissione violenta, al modo del proverbiale gioco delle scatole cinesi. Ognuno di quei mascheroni è intento a trangugiare, ma già si profila alle sue spalle chi lo potrà a sua volta introdurre in una propria capace cavità buccale. Se l’operazione segue il senso dell’uscita, dell’estroversione, essa può continuare nel processo di crescita: i corpi sostano un momento allo stadio della macrocellula, del ciottolo, del lapillo levigato e bombato, ma poi muovono verso determinazioni successive, mettono gambe e braccia, assumono particolari fisionomici, senza mai tradire un ritmo fondato su motivi ondulati e flessi, senza cioè contestare quell’emissione. quell’esplosione originaria da cui discendono: come se ci fosse un reticolo, appunto, di onde, di emanazioni psichiche destinate via via a raffreddarsi e a consistere in materiali duri. Ma certo Pivi non si preclude mai il processo in senso contrario, e dunque quelle forme piene e consistenti potrebbero imboccare la via opposta, rientrare in sé, far sparire i tratti un po’ troppo descrittivi e aneddottici, ritrovare l’elementarità del ciottolo, lasciare quindi che questo sia ingoiato da un imbuto, da una cavità primordiale, che lo avvierà verso le viscere della terra, o verso un deposito di memorie. Ma poi dopo qualche brontolio anticipatore. l’intero processo potrà ripartire con segno di nuovo mutato, e una bocca tellurica risputerà fuori i suoi frutti misteriosamente perfetti.