Un graffitismo molto particolare
Renato Barilli
Catalogo Officina Italia, rete Emilia Romagna, 1997
Ma in materia di attraversamenti e incroci nessuno può sperare di battere la coppia Cuoghi e Corsello, pronti a usare lo scatto fotografico e la successiva stampa a colori, ma anche a lasciare tracce corposamente oggettuali di bambole, mobili, capi di vestiario, magari gli uni e gli altri vivacizzati, personalizzati dallo scorrere sulla loro pelle di fluide pennellate, proprie di un graffitismo che non disdegna alcun genere di supporto, che cioè può disegnare i suoi tratti essenziali e sicuri sui muri di case come sulla pelle, sui corpi, oppure su fogli e tele regolamentari. Col che, se si vuole, il nostro viaggio negli iperspazi dove il richiamo sensuoso dell’estetico si è allentato a favore dei microsolchi della noesi mostra di essere terminato; risaliamo verso valori ed effetti più tangibili, più disposti a esercitare uno scoperto, dichiarato impatto sulla nostra percezione. Come è nel caso dei profili, delle sagome che Paolo Canevari traccia con i materiali più diversi, quasi per riportarsi agli albori dell’atto del dipingere o dello scolpire, quando ogni materiale naturale era pronto a offrire i suoi buoni servizi: tronchi, cortecce, foglie; oggi un simile materiale naturale primario potrà essere utilmente sostituito dai prodotti dell’industria, purché questi dimostrino di possedere un medesimo grado di pronta disponibilità e duttilità. Il che si può ripetere per la scultura anch’essa molto sui generis di Leonardo Pivi, pure lui pronto a ritornare a un’ora zero, quando ci si accontentava di scolpire i ciottoli reperiti nel letto di un fiume, o di evidenziare le impronte che questi possedevano per effetto di escavazioni naturali, trovandosi così depositari di un sistema di scrittura tanto casuale quanto imponente e suggestiva. O perché non ricordare le pratiche magiche, di scongiuro o di maledizione, consistenti nel modellare con le proprie mani una folla di statuette volte e replicare cose e persone del mondo reale, magari aggiungendovi un abbigliamento, seppure tenuto anch’esso su scala ridotta? Urge, insomma, in Pivi una fame di racconto tanto vorace da non stare a distinguere tra manifestazioni a tre o a due dimensioni; talvolta, cioè, i mostricciatoli plastici, invece di gonfiare i muscoli, si acquattano nella dimensione schiacciata di un mosaico, sentito appunto come un modo primordiale di dipingere e tracciare graffiti. E graffiti sono anche le sagome di oggetti domestici che Andrea Sperni verga su una parete, continuandole poi con la presenza reale degli oggetti stessi, collocati sul pavimento, il che è un modo di vivacizzare i precetti kosuthiani relativi ai modi essenziali per “dire” le cose.