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Il mosaico in prima pagina

Maurizio Sciaccaluga

Tratto da Arte mondadori n. 374, 2004 pag.150

Il complimento più bello ai lavori di Leonardo Pivi lo ha fatto, involontariamente nella scorsa primavera, una ragazza nello stand della galleria Astuni alla Flash art fair di Milano. Di fronte a un allestimento di sole riviste, sparse ovunque, la giovane appassionata a girato subito i tacchi e se ne è andata, sbuffando ad alta voce che avrebbe voluto vedere opere, non giornali. In realtà, se avesse dedicato un po’ più di attenzione ai vari numeri di Arte, Flash art, Colors, Bell’Italia e Vanity Fair appesi alle pareti o appoggiati sul tavolo, avrebbe potuto capire che si trattava proprio di opere, e non di carta stampata. Avrebbe notato che, invece di essere semplicemente fotografati, i personaggi di copertina erano stati ridisegnati, alla perfezione, con tanto di ombreggiatura e sfumature, in micromosaico. Non immagini patinate dunque, ma tasselli di pietre dure, marmo e pasta di vetro assemblati con pazienza antica per riprodurre la grafica di presentazione dei mensili Mondadori, per ricreare i lineamenti di star da prima pagina come Vasco Rossi e Michael Schumacher.

Da S. Vitale a Ginevra Nato a Cesena nel 1965, ancora prima di compiere un anno Pivi è a Ravenna, la capitale dei mosaici. Lì cresce nel mito dei capolavori di San Vitale e Sant’Apollinare, e lì studia, all’istituto d’arte, le metodologie di restauro delle composizioni romane e bizantine. L’Accademia di Bologna e le luci abbaglianti del contemporaneo gli fanno però presto dimenticare passioni adolescienziali e vecchie tecniche, e così negli esordi artistici della fine degli anni ottanta e degli inizi del decennio successivo non c’è traccia di malta e tasselli. I lavori di quel periodo in larga parte, sculture di legno e di legno e pietra presentate alla galleria bolognese Neon insieme alla ricerca dei giovanissimi Eva Marisaldi, Maurizio Cattelan, Emilio Fantin, puntano a creare un cortocircuito fra tradizione e innovazione, tra elementi classici della storia dell’arte e altre presenze assolutamente illogiche e inaspettate. Tra le tante opere si ricordano soprattutto un pinocchio crocifisso e una prima serie di talismani taumaturgici dove l’iconografia etrusca, azteca o maya si confonde col kitsch dei tempi moderni, con simbologie popolari e, non di rado volgari. La commistione tra vecchio e nuovo, tra sacro e profano, convince tanto Pivi da diventare un leitmotiv anche dei pezzi successivi, compresi quei mosaici che, a partire dalla metà degli anni novanta, da una mostra alla galleria svizzera Analix, ricominciano a interessarlo. A Ginevra presenta un’enorme opera musiva di tre metri di base che, per la realizzazione, gli ruba mesi di lavoro e gli fa capire quanto incompleti e insoddisfacenti siano stati gli insegnamenti scolastici. Riprende cosi a studiare e, da quel momento, si sprecano le mattinate nelle basiliche ravennati, i pomeriggi in biblioteca, i viaggi alla galleria Borghese di Roma. In pratica, la scelta è fatta.

Marylin e Giustiniano. Dieci anni di mosaici, dal 1994 a oggi, fanno di Pivi un vero esperto del genere, uno degli artisti forse più originali del panorama europeo. A parte qualche ironica citazione, come la riproposizione rivista e corretta di particolari presi di peso dai reperti romani (una coppia di colombi che tubano posati su un abbeveratoio), le sue opere prendono le mosse dalle composizioni bizantine, da quei personaggi frontali, ieratici e statuari dati alla luce durante l’impero romano d’oriente. Solo che, nei pezzi dell’artista romagnolo, al posto di Giustiniano e di Teodora, invece degli apostoli Pietro e Matteo, si fanno notare Marylin Monroe e l’eroina dei videogiochi Lara Croft, personaggi dei fumetti e campioni dello sport. Le icone del novecento, prese in giro da titoli irrispettosi, come quando il pugile Mike Tyson, l’attrice Sofia loren e il protagonista di Star Trek Spok sono riuniti nel trittico “Scambisti”, si sostituiscono a santi e regnanti del passato, e i guantoni da boxeur e le pistole di Tomb raider prendono il posto di stimmate e vangeli. Rispetto ai capolavori ravennati, ai tanto osservati reperti di San Salvatore in Chora a Instambul, Pivi rinuncia anche ai fondi oro e alle figure intere, a cui, come da lezioni mediatiche contemporanee, preferisce il piano americano e il mezzobusto. Magari addirittura un’inquadratura di tre quarti, come Lilli Gruber insegna. Non dimentica però la brillantezza dei particolari, la ricerca della terza dimensione, che ottiene contrapponendo tessere e materiali diversi, in grado di reagire in modo opposto alla luce. In un polittico del 2003 dedicato all’epopea cinematografica di Matrix, dove ritrae in sequenza gli eroi della saga Neo, Morpheus e Trinity, costruisce la rotondità delle figure accostando neri splendenti a toni opachi, linee di marmo lucidato e brillante a campiture monocrome e spente. E alla fine Carrie-Anne Moss, l’interprete di Trinity, viene fuori arrogante e prepotente come una novella imperatrice.

Misure micro. Padrone assoluto della tecnica nel 2003 l’artista riduce la dimensione delle tessere e, come nelle ville romane del Nord Africa, comincia a usare inserti di misure ridottissime, addirittura pochi millimetri. L’effetto è assicurato. Le minuscole pietre gli consentono addirittura di ricostruire, in modo credibile, le copertine delle riviste, da cui taglia via le figure con un cutter prima di ridisegnarle identiche, inserendo un mosaico all’interno della pagina sagomata. Alle caratteristiche delle pietre dure, delle paste di vetro, dei marmi, aggiunge così anche i riflessi della carta patinata, nuova frontiera della tecnica.