In silenzio Religioso
Vittorio D’Augusta
catalogo Terra bruciata, 2014
Un giorno, nell’orto di Ospedaletto, che coltiva con la competenza di un antico contadino e con l’amore per la terra e per il mistero di un monaco tibetano, Leonardo mi disse che sicuramente Dio esiste, altrimenti il virgulto di una pianticina rampicante non troverebbe l’appiglio a tre metri di distanza. Anche la sua ricerca, come quel ramoscello verde, spazia in diverse direzioni e trova sempre quella giusta, quella pertinente ad un’idea di arte che tenga insieme lo spirito della nostra epoca, con le sue icone i miti e i falsi miti, e un’anima arcaica, di sacralità medioevale, ieratica come i mosaici bizantini. Quel luccicare di tessere dorate, quegli sguardi a Sant’Apollinare Nuovo fissi fuori da ogni tempo, devono essere entrati assai presto nell’immaginario di Leonardo, nato a Ravenna, così come le nebbie e le solitudini della Bassona, le ombre della pineta, i relitti che i fiumi e le burrasche di mare consegnano alla spiaggia, rami levigati come avorio, scheletriti come poveri cristi in attesa di pietà. L’eterogeneo repertorio dei suoi materiali riecheggia appunto le differenze e le contaminazioni tra il presente e il passato, tra novità e tradizione, tra la preziosità dei marmi e dei mosaici, e l’umiltà degli oggetti di scarto, plastiche, detriti, ferri arrugginiti, rami secchi, ossa di animali, ai quali dà nuova vita il “saper fare” dell’arte. Un saper fare che non è solamente elevatissima sapienza del mestiere, ma coscienza civile intrisa di umanità, anzi di umana religiosità. Se c’è un modo, oggi, di fare “arte sacra” – non di fare arte di Chiesa, ma di afferrare quelle ombre di sacro, come enigmi fertili e indecifrabili, che si nascondono nella natura e in ogni uomo – questo modo appartiene all’opera di Leonardo Pivi. Ci vuole un occhio “religioso”, che neppure a me, non credente, è precluso, per accostarsi ai suoi lavori, per comprenderli oltre l’apparenza estetica. Bisogna mettere da parte le troppe teorie che affliggono l’arte contemporanea, le vuote classificazioni, residuati di un pensiero d’avanguardia che, negli ultimi decenni, è diventato post del postmoderno e che sopravvive negli esclusivi club per pochi adepti, colti, ma troppo zelanti e forse interessati sacerdoti del Mercato, i quali, dopo un secolo dal grande Duchamp, ancora credono ai rituali della Provocazione. So che Leonardo condivide questo mio accenno di polemica, perché spesso ne parliamo, e perché da anni, concretamente, con il suo lavoro di pittore e di scultore, intende affermare il valore del “saper fare”, e percorre, sì, i territori della creatività visiva, ampiamente, liberamente, e con sorprendenti risultati, servendosi, quando occorre, delle più avanzate tecnologie, ma dentro i confini di uno specifico che possa ancora definirsi “arte”, “pittura”, “scultura”, senza mai compromettersi con gli artifici di una “spettacolarità ad effetto” o con la “vocazione manageriale”, oggi di gran moda.