Leonardo Pivi
Bruno Benuzzi
Bologna giugno 2007
Vale la pena rimarcare, nell’opera pietrificata di Leonardo Pivi, come i materiali della secolare tradizione scultorea, a partire dai ciottoli di fiume per arrivare per arrivare al più canonico marmo, siano riscattati dall’artista cesenate grazie alla bizzarria perturbante dei soggetti; persino quando dichiaratamente prosaici come nel caso d’alcuni caciocavalli in marmo penzolanti da cordicelle ancorate al soffitto, come s’usa fare per stagionarli al fresco della cantina. Siamo da sempre abituati ad associare un materiale aulico come il marmo(per non dire del bronzo) a soggetti monumentali, celebrativi. Bene, non è il caso di Pivi che ovviamente se ne infischia di simili dettami retorici ed anzi s’impone di sbertucciarli sistematicamente in virtù di un immaginario arcaico grottesco, persino fantascientifico. Si badi, una fantascienza del tutto particolare, una fantascienza del passato, se è lecito dir così, paragonabile a quella di cui s’è detto a suo tempo per il Satyricon di Federico Fellini. Ecco dunque che s’affaccia all’orizzonte il romagnolo per eccellenza, anch’esso cultore del bizzarro, dell’eros caricaturale (del felliniano va da sé). Ma a dire il vero, che c’azzecca Fellini? nulla, probabilmente. Eppure, a ripensarci, nella pettoruta Cocca Bacocca del 2001– una gallina, un idolo degno d’un altare pagano munito di consistenti poppe muliebri: una quarta? Una quinta? Chissà – l’ossessione di FeFe per le ipertrofiche ghiandole mammarie dell’animale donna, per quanto qui modellate in marmo, non pare del tutto fuorviante se confrontata a questa singolare opera di Pivi soprattutto se a sua volta la riconduciamo, da un punto di vista lessicale, alla curiosa espressione popolare che raccomanda il problematico latte di gallina: inteso nella valenza di liquore corroborante(latte bollente, zucchero, tuorlo d’uovo, cognac o rum, così recita la ricetta contadina),sia di cosa improbabile a trovarsi. Detto per inciso, era questa una definizione ricorrente nella colorita proposta di giornalista sportivo Gianni Brera che sovente, per scherno, invitava taluni atletici pirla a mungere, se ne erano capaci, le galline rispolverando in tal modo un gergo popolaresco che non suonerebbe stonato in bocca a Bertoldo, l’arguto rustico dalle scarpe grosse e dal cervello fino protagonista di tanta mitologia popolare, emiliana. Così a proposito di cultura agraria, non ci vuole molto affinchè si materializzi il ricordo del sarcastico, mostruoso ma affascinante, spaventapasseri-Venite a me-realizzato in cemento dal nostro artista (siamo nel 1994) comprensivo di mangimi ed ossi di seppia: un posatoio per pennuti, un’immagine scimmiescamente antropomorfa, accogliente e deterrente al contempo. Ma prima di perdersi definitivamente, sarà il caso di tornare sul concetto di fantascienza del passato cui s’accennava poc’anzi. Ebbene, l’ossimoro mi è parato dinnanzi con forza in virtù di un processo analogico che tende ad associare, nella mia percezione certo distorta, talune sculture bizzarramente stilizzate del nostro eroe (sorta d’idoli in preda alla sindrome di Marfan o, più semplicemente, etruscamente oblunghi) con i deliri psicadelici portati sullo schermo dal regista canadese David Cronenberg nel tradurre per il cinema The Naked Lunch, l’enigmatico romanzo di William Burroughes, un autentico sciamannato ancorchè figura chiave nell’inferno etilico della Beat generation. Nella fattispecie, non pare stravagante accostare le beffarde morfologie plastiche sfornate a più riprese da Pivi- e subito le cose si precisano in quanto le medesime figure possono sembrare quelle di visitatori alieni dalle membra enfaticamente stiracciate frutto di Giacometti extraterrestre- ad un passato proveniente dall’archeologia etrusca o, magari, da un arcaismo tribale: Africano? Oceanico? Azteco? E qui ci vorrebbe l’antropologo. Insomma, per chiudere il cerchio e ribadire il concetto, il mondo fruibile – zeppo di figure aliene dagli occhi ipertrofici e dalle labbra smisurate come gorilla – modellato e messo in scena da Pivi non s’accontenta di filtrare coi fantasmi del passato (anche dell’esotismo, come si diceva) ma reca con sé tracce ambivalenti, i germi contaminati di un qualcosa- c’entra forse Jung? – che si potrà leggere, a seconda dei casi e della sensibilità, in direzione di un futuro postatomico o al contrario, come un archetipo legato a filo doppio con un passato ancestrale che si vede imparentati coi primati. Va da sé come queste veloci digressioni siano riconducibili alla dimensione prettamente scultorea che peraltro non è la sola dal momento che Pivi non disprezza, anzi è una parte cospicua della sua opera, la bidimensione musiva e finanche quella pittorica. Va segnalata in particolare l’opzione del mosaico. Pure qui assistiamo ad una sorta di rovesciamento della consuete aspettative di spettatori; si, siamo abituati ad associare il mosaico a tematiche legate al passato (ai pavimenti delle ville romane, alle chiese bizantine, tanto per dire) mentre qui le tessere musive sono al contrario utilizzate per rappresentare scene di vita contemporanea (non mancano i telefonini)o soggetti provenienti dalla cultura di massa e dalle riviste più disparate, se non dai videogame o dalle saghe popolari come Star Trek e lo stesso si potrebbe dire per taluni ritratti dedicati ai divi dello sport (Mike Tyson) o del cinema (Sofia Loren). In definitiva, didatticamente parlando, nessun timore potrà inibirci più di tanto considerato che, come dimostra appunto Pivi, si può essere contemporanei persino utilizzando tecniche antiquate; importante, però, sarà accendere una sorta di cortocircuito tra presente e passato che ribalti le prospettive date.