Leonardo Pivi
Serena Simoni
420 WB, Ravenna 1988
L’azione artistica può interagire con il mondo in due modi diversi:o violentemente, ponendo in rischio l’immagine di sé e quella di cio che cicirconda, oppure, più delicatamente, annotando quasi in margine, postillando, giorno per giorno le variazioni, opponenndo leggermente il proprio segno. Leonardo sembra preferire questa seconda strada, senza lasciarsi spaventare dall’horror vacui e dalla confusione di codici e messaggi del contemporaneo, sceglie di dialogare da una parte con la tradizione artistica del passato, quasi deliziosamente assorto in questo ricevere e apprendere, dall’altra raccogliendo con la stessa minuziosa caparbietà di un poeta biologo, tutti gli oggetti naturali che intervengono ad ispirarlo nella loro bellezza. Così da una parte vediamo pochi segni tracciati in un foglio che danno vita a corpi evanescenti, che lasciano spazio al foglio, al suo candore, alla nostra immaginazione, con la stessa avarizia di tracce con cui i disegnatori orientali raggiungevano la perfezione:è l’assenza che deve determinare ed essere determinata dal segno, è l’immagine che non deve essere una presenza totale ma un semplice suggerimento. Dall’altra parte invece,interviene la presenza del mondo naturale, dei suoi colori, dei suoi materiali :può essere una piuma, o una penna, la loro perfetta trama di fili e toni, oppure l’uso di un colore naturale, creato in studio mischiando a caso o volutamente diversi materiali per tentare di rendere le tonalità impossibili delle ali di una farfalla, per cercare di catturare, ora e sempre, frammenti di mondo che passa (“quanto vive biologicamente una farfalla?”),Possiamo realmente considerare la tenacia di costruzione dell’immagine di questi lavori come un rubare frammenti dal mondo, usando la tela come specchio della realtà. Anche la tematica di queste opere spinge a qualche osservazione in questo senso : gli specchi di cui si individua sulla tela la sagoma barocca della cornice, riflettono tutto (“pure il demonio … e la morte”), senza possibilità di riferirsi alla totalità. Il loro riflesso è sempre e solo per frammenti e nel caso della propria immagine lo specchio non fa che rimandare una estranea a sé o talmente poco comunicabile da potersi considerare solo come esperienza personalissima, a cui assistiamo come spettatori indiscreti. Compaiono occhi, bocche, tratti vagamente umani, gelosi della propria nascita segreta, ma più che riflettere si aprono dalle crepe dei muri come presenze stupite del nostro “di qua”. Leonardo fruga la tela, spinge il colore e l’olio di lino dal retro della tela, aiutando i fantasmi ad uscire dal sogno, a inquietarci una volta ancora.