Montezuma Fontana Mirko
Roberta Bertozzi
Da Catalogo, 2018
La cifra stilistica di Leonardo Pivi sta nella sintesi di due direzioni espressive diametralmente opposte:da un lato una adesione all’immaginario contemporaneo, nella scelta di feticci e figure che ne marcano l’orizzonte ideologico; dall’altro la necessità di ibridare questo immaginario, di depistarlo, costringendolo entro una gabbia formale diretta ad arcaizzarne la presunta attualità. Dopo gli studi all’Istituto d’Arte per il Mosaico di Ravenna e allAccademia di Belle Arti di Bologna, Pivi comincia a esporre nei primi anni novanta (periodo cui risalgono le personali Anima Mangia Anima nella storica Galleria Neon di Bologna e Atto di Preghiera presso la Galleria Analix di Ginevra). Il suo percorso si sviluppa tramite un ductus che privilegia stilemi propri della tradizione antica ( mosaico e micromosaico in primis ma anche pittura e scultura ),ossia di tecniche che gli consentono di sovvertire il carattere simulacrale delle rappresentazini mediatiche, la loro essenza idolatrica, cosi come descritta da Jean Baudrillard: una finzione che non ha alcuna relazione con qualsiasi realtà di sorta pur pretendendo di valere per quella stessa realtà. Sottoposte a questo trattamento anacronistico, che interrompe una volta per tutte la catena mitologica che queste vedettes sono chiamate a rappresentare, le immagini incontrano il loro martyrium e la successiva espiazione,trasformandosi in compiute vestigia dell’attualità. Tutto questo si verifica passando per una trincea formale rigorosissimma,un melting pot di codici e contenuti,non senza una precipua inclinazione del nostro verso il dettaglio straniante, il paradosso, la dissacrazione.L’indicativo presente, che è il tratto tipico dell’iconografia spettacolare, si tramuta qui in un passo remoto, dove l’immagine viene sottratta al circuito della tautologia -in altri termini, viene redenta.