No border #5,
Maria Rita Bentini
catalogo, MAR museo d’arte Ravenna, 2005
Nel percorso di Leonardo Pivi si registra la presenza di linguaggi distinti, disegno, scultura, mosaico e altro con una precisa e lucida dimensione concettuale entro la quale si collocano tessere in apparenza diverse: il lavoro grafico calamitato da un fondo onirico e mosturoso del suo primo tempo, così come la dimensione mitica, simbolica e insieme feticistica dell’opera plastica in seguito maturata e, infine, il recupero di una tecnica antica attinta al contesto della tradizione ravennate come il mosaico, rara nell’esperienze dell’ultima generazione dell’arte italiana. L’immagine è per l’artista un luogo di azioni soggettive e collettive, dove si condensano valori e significati in mutazione, uno spazio da indagare e nel quale procedere per sondaggi estremi. Uno dei fili intenzionalmente raccolti all’interno del proprio lavoro per questa mostra riguarda il tema dell’identità celata, ostentata e/o occultata nelle immagini, ibride creature di cui la babelica realtà odierna è satura; attraverso di esso il lavoro degli ultimi dieci anni può essere messo a fuoco con una specifica angolazione. Anche sedotto dal potere dell’universo mediatico, Pivi compie le sue scorribande tra cinema, fumetto, illustrazione, o saccheggia i rotocalchi, utilizzando come materiale primo la natura effimera e transitoria di personaggi, vicende, volti cui i media danno consistenza. Nelle sue mani il lavoro prezioso e paziente di micromosaico, recuperato alla sua prima formazione ravennate e raffinatamente messo a punto in questo decennio, diviene un esercizio di lentezza col quale scansionare i miti dell’immaginario contemporaneo e indagarne i risvolti, con l’aggiunta di titoli spesso graffianti e rivelatori. “Scambisti” è il nome assegnato al trittico musivo (2000) che presenta in scala monumentale tre volti dello spettacolo, icone in cui fiction e realtà sono intercambiabili perché perfettamente coincidenti: Spok, personaggio della serie televisiva di “Star Trek”; Myke Tyson, campione dello sport trasformato in grande show business; Sofia Loren, diva del cinema ed emblema della bellezza femminile italiana. Identità virtuale denomina la serie di icone musive dedicate a Lara Croft, l’eroina-cult di “Tomb Raider”, il videogioco giocato da milioni di persone in tutto il mondo: bella, ricca, intelligente, superdotata, capace di superare ogni prova nelle sue misteriose avventure; un artificio della tecnologia, interamente disegnata al computer e attiva sul pc, un personaggio reale per l’immaginario collettivo eppure creatura del tutto virtuale. “Io sono bugiarda” 2005 è un’esplicita dichiarazione della scultura-schermo televisivo sormontata dal volto marmoreo di Cattelan nella quale scorrono di “Pinocchio” il bugiardo per antonomasia del romanzo di Collodi; qui è il simpatico burattino nella versione di Walt Disney legato alla propria memoria d’infanzia, ma contiene una sentenza senza appello per la TV. Pivi inoltre muovendosi nel labile territorio dell’identità contempoanea con un linguaggio prezioso e atemporale qual è il mosaico, insinua per paradosso il dubbio sulla consistenza dei volti effigiati. La monumentalità-eternità che appartiene storicamente al codice del linguaggio musivo (il volto senza tempo di Giustiniano e la bellezza di Teodora vivono per sempre nello splendore aureodella basilica di San Vitale) è un deliberato “fuori luogo” se adottato per raffigurare personaggi che, come i replicanti di “Blade Runner”, vivono “a scadenza” il tempo breve dell’esistenza mediatica. L’artista conduce il gioco della messa in scena di identità extraumane realizzando anche grandi ritratti musivi di mutanti come Wolwerine e la bellissima Mystica (2003), personaggi di “X-Men”, il film di Bryan Singer tratto dalla lunga serie di albi della Marvel in cui si da vita alle avventure dei supereroi nati con mutazioni genetiche e dotati di poteri straordinari – gli X-Men per l’appunto– in convivenza o in lotta col genere umano. Pixel di lapislazzuli, coralli, madreperle compongono la carnalità di queste creature irreali, così come preziosi materiali marmorei bianchi e neri specchianti vengono utilizzati per il look cyber-punk del trittico Matrix (2003) al quale appartiene l’aggressiva Trinity in mostra. Anche in questo caso Pivi si volge al cult della fantascienza, in cui il tema della simulazione della realtà è parte del plot (Matrix è il programma di simulazione creato per tenere soggiogato il genere umano, fino a quando l’eletto/Neo, hacker dalle notti insonni liberato dalle catene della realtà virtuale, non condurrà un duello all’ultimo respiro per salvare l’umanità). L’azione della campionessa italo-cinese di arti marziali Xu-Hui Hui, ideata dall’artista per la vernice, fa parte di questa trama di rimandi nell’inseguimento di identità multiple tra finzione e realtà: ha tradotto in tangibile presenza fisica il tripudio di acrobazie e effetti visivi speciali del film, nel quale la tensione narrativa si avvaleva di una sequenza di azioni spettacolari. Anche le “copertine” realizzate in questi anni esplorano il tema della mutazione di identità cui i media danno vita nello specifico della carta patinata, mettendo a fuoco in particolare la sfacciata architettura di immagine-parola della prima pagina. Le copertine sono un Ready-made “rettificato” come direbbe Duchamp, vale a dire vere prime pagine di giornali, riviste, rotocalchi, materiali “usa e getta” scelti dall’artista sui quali egli interviene rifacendo particolari in micromosaico e infine rinominando. Il “corpo aggiunto” è un’apparente tautologia, riformula ciò che già c’era di fatto inquinandolo. Ancora un paradosso: la fragile esistenza della carta stampata, la sua bassa qualità visiva, la sua bruciante attualità di immagini scelte”ad effetto”, accanto alla preziosa tessitura della tecnica musiva adattata con precisione chirurgica, una distanza, un segno di un’aura non pertinente. Il dettaglio della maschera sul volto accomuna le copertine presenti in mostra, da la maschera di Fashion (2004) alle più recenti Rebecca, La Veneziana, Turtle. La perfetta bellezza di un modello, l’inquietante realtà della bimba fuorilegge perché nata in Italia dalla fecondazione eterologa, Michael Pitt con bizzarri occhiali–tartaruga da divo: sono molte e diverse le identità nascoste, non solo quelle dietro ad una mascherina. Nella complessità del lavoro di Pivi diviene una lettura dell’immaginario collettivo, dei fantasmi che lo abitano (tra essi l’ambigua bellezza femminile della “Venere equina”, 2005, feticcio tratto dal limbo di fantasie erotiche maschili).