XX d’oro e d’argento
Luca Beatrice
catalogo, Galleria Silbernagl Undergallery, 2001
Nella vecchia scuola di stampo cattolico degli anni sessanta i maestri erano soliti utilizzare un famoso episodio della storia romana che serviva da parabola per dimostrare come la virtù morale fosse più importante dell’oro. La signora Cornelia “madre dei gracchi” (i due giovanotti Caio e Tiberio tornarono, con alterne fortune, alle cronache dei loro tempi per servigi politici e militari) esponeva i figli come i suoi gioielli di fronte alle amiche vanitose impegnate a sfoggiare monili e quant’altro necessario ad abbellire i loro corpi matronali. Che la bontà possa appagare il desiderio quanto il lusso è concetto piuttosto fragile e discutibile. Marilyn Monroe diceva che i diamanti sono i migliori amici delle ragazze, lasciando chiaramente intendere che qualsiasi donna è disposta a fare dei “sacrifici” commisurati all’importanza e alla preziosità del gioiello propostole, insomma dono contro dono. Se il gioiello è un lusso, quanto più esclusivo e ricercato, anche l’arte risponde a questo bisogno di staccarsi dalla normalità proponendo il possesso di oggetti non condivisibili con la maggior parte del genere umano. “L’arte è uno shopping” esclusivo diceva Jeffrey Deitch perché si sottrae alla produzione in serie della moda e degli accessori, e si propone come il più raffinato indicatore di prestigio sociale, almeno quanto un collier di pietre prezioso disegnate da un orafo di fama mondiale. L’unione di questi due universi così voluttuosi, da una parte ipoteticamente può raddoppiare il valore dell’oggetto in questione (bello, ricco, prezioso e soprattutto unico), ma per altro verso insinua un ragionevole dubbio: che cosa distingue, infine, un’opera d’arte con tutto il suo portato di sacralità e aura, da quell’altro genere di creazione che, per quanto prestigiosa, non può non essere inscritto alla categoria delle arti applicate (o arti minori)? Nella storia dell’arte il cimentarsi con il gioiello (a meno che non si citi il genio di Benvenuto Cellini) è, per tradizione, un’esperienza laterale, la cessione di un proprio segno che l’orafo o l’artigiano avrebbe eseguito in quanto esperti di materiali di cui l’artista forse non è neppure a conoscenza. Questo non è il caso di Pivi, scultore di perizia assoluta “con le mani”, il quale non si limita a tradurre la propria esperienza di conoscitore della materia in dimensione ridotta, ma che ha ideato, progettato e realizzato interamente da solo questa serie di gioielli unici e irripetibili non definibili in altro modo che opere d’arte. Il valore aggiunto, il quid, l’anima che riempie le cose e le trascende in un’altra dimensione, sta’ nell’approccio di Pivi all’opera gioiello: ogni materiale ha un suo significato storico da integrare nel rispetto di un equilibrio micro cosmogonico; l’oro è prezioso in sé, lo sanno tutti, ma qui acquisisce eternità ulteriore se accostato all’elemento organico e caduco, se perché inserito in un ciclo vitale da cui l’artista filosofo trae ispirazione. Così come la pietra, indissolubile della terra. Siano amuleti, segni apotropaici, talismani, feticci, queste creazioni di Leonardo Pivi sono opere d’arte e non solo gioielli perché uniscono il valore del materiale al significato dell’immagine. Queste cose vogliono dire qualcosa, non basta osservare che sono belle. Questi sono i miei gioielli, torniamo a Cornelia, perché posseggono la virtus e non solo la lux.