Divinità in cemento armato
Guido Molinari
Operat 1995
La gigantesca statua di Michael Jackson che improvvisamente si anima e guida una parata in cui la folla segue il son idolo in un tripudio di colori, oppure i giganti d’argilla, vivi ma goffi e schematici, nati dalla fantasia delle protagoniste del film di Peter Jackson. “Creatore del cielo”, costituiscono all’interno dei media alcuni esempi di come venga conferita nuova vita al mito. In ambito artistico le strade che, parallelamente ma con altri esiti, percorre da tempo Leonardo Pivi, riguardano, una ricerca in cui la consapevolezza del presente induce ad indagare oltre l’insabbiamento sublimale le trasformazioni tecnologiche e culturali in atto. Il mass mediologico Marshall Mcluhan sosteneva che nell’età contemporanea noi viviamo miticamente ma continuiamo a pensare frammentariamente e su piani distinti; Pivi ci aiuta a pensare miticamente, in piena sintonia con il “campo totale” in cui ci troviamo sempre più coinvolti nell’età elettrica. Il distacco del chirurgo dalla sofferenza del suo paziente rappresenta un esempio agli antipodi della situazione che si configura attualmente nella società: i media, governati sempre più da fenomeni di azione e reazione istantanei, ci pongono in stretta vicinanza l’un l’altro, provocando in noi un’alta partecipazione emozionale in grado di coinvolgere la totalità del nostro sentire. A questo processo in atto di “contrazione” del mondo, corrisponde analogamente la condizione mitica a cui siamo soggetti quotidianamente, la quale implica una condensazione di molteplici componenti in grado di fare leva su sentimenti profondi e diffusi. L’opera presentata in quest’occasione da Pivi si articola in più elementi: una statua in cemento armato risultato di un mixaggio, o meglio di una permanente dissolvenza incrociata tra le figure estremamente stilizzate di Cristo e di Budda e il video connesso, in cui la stessa statua è colta su un cavalcavia nell’atto di gettare una pietra sulla trafficata autostrada sottostante. Due differenti livelli di genesi del mito vengono fatti scontrare nell’opera. Da un lato, se prendiamo in esame la sola statua, possiamo individuare tracce di mitopoietica “diretta”, cioè codificata “dall’alto”, fondata su una tradizione iconologica antica legata alle immagini sacre e istituita in origine per comunicare in maniera immediata gli insegnamenti religiosi. Dall’altro, se osserviamo il video, possiamo constatare come un particolare fatto di cronaca nera sia chiamato a rappresentare un caso di mitopoietica “spontanea” Un atto delittuoso, moralmente riprovevole, tramite l’immediata risonanza dei media dà origine a comportamenti analoghi, fino a costituirsi come modello, proiezione diffusa, simbolizzazione inconscia di profondi disagi e angosce. Pivi dunque da un lato attinge ad un repertorio già codificato per ridare nuova sostanza a vecchie immagini mitiche, dall’altro si ricollega all’attualità, alla nuova universalità del sentire e del vedere per constatare come le tecnologie contemporanee ci conducano inevitabilmente verso sempre maggiori gradi di angoscia e di coinvolgimento emozionale, in questo secolo segnato non solo dalla psicanalisi ma anche da una richiesta di consapevolezza dell’inconscio a cui non e estranea la stessa esplorazione artistica. Bisognerà sottolineare come nell’opera non si voglia dare un giudizio morale sull’evento: non e nei propositi dell’artista mettere in scena un’entità divina punitiva e malvagia, come erroneamente potrebbe apparire. Annullando ogni ‘punto di vista” particolare, così da impedire una frammentazione e una distinzione in piani, Pivi, tramite il linguaggio artistico, ci spinge verso un’adesione immediata, mitica e in profondità al fatto. Il suo inteiiento si concretizza dunque nell’innescare un processo creativo di conoscenza in cui la simulazione ha il compito di dare ita al mito e allo stesso tempo di evidenziarne i processi di simholizzazione inconscia sino alla rivelazione.