Eracle, 1996
Renato Barilli
1996
Leonardo Pivi è un’artista abituato a “passeggiare” con bella disinvoltura tra le due e le tre dimensioni, tra la pittura e la scultura. Poichè in questo caso nella sala dell’Eracle, tratta del repertorio dell’arcaismo, entro la misura della superficie, così come una sogliola si potrebbe acquattare nei bassi fondali del mare. E per non farsi prendere in tentazioni in senso contrario, si è valso di una tecnica, il mosaico, che di per se stessa impone la riduzione alla bidimensionalità. Le “tessere musive “, infatti, sono mosse da una logica che esige lo sbriciolamento delle masse, la loro scomposizione in una miriade di particelle, quasi in uno sciame di coriandoli, che il compositore può poi disporre a suo piacere, ma tutte in fila, le une dopo le altre, come in un lucido pallottoliere policromo. Nel che sta anche la straordinaria attualità di questa tecnica, pur nata tanti secoli fa. infatti, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la nostra epoca predilige le forme schiacciate, ovvero le icone(basterebbe pensare al rilancio che questa parola sta ottenendo su tutti i computer),e in particolare i sistemi rappresentativi fondati, apunto, sulla divisione in elementi minuti; basti pensare ai puntini di luce che si accendono nei nostri televisori i quali a loro volta sono portatori di quello che non per nulla si chiama “mosaico elettronico”: o si pensi al retino tipografico, costruito anch’esso di tanti “puntini. Si aggiunga ancora che queste immagini divise assumono un tono “popolare”in quanto poste al servizio della comunicazione di massa. E cosi pure in questo Eracle propostoci da Pivi, che perde ogni dotta austerità per ammiccare ilare, accattivante, avvicinato alla nostra sensibilità, o addirittura a quella dell’infanzia, come fosse chiamato a far parte di un giocoso universo disneyano. L’artista anche a mettere, in questo benchè ridotto intervento, un’altra peculiarità ugualmente decisiva, ovvero la capacità di cambiare di scala nel corso di una medesima opera, passando dal grande al piccolo, dal regno dei giganti a quello di Lillibìput. L’immagine di Eracle si presenta a noi in grandezza naturale, col suo metro e ottanta circa di altezza ; ma non deve sfuggire il fatto che nella mano destra, la statua del dio ostenta un tappo, come di qualche bottiglia di bibita offerta a un facile consumo, in tal modo confermando la conversione a un gusto “popolare”che la forma viene così ad assumere, come se fosse chiamata ad entrre in qualche ingegnoso spot pubblicitario.ma conta più di tutto il fatto che dentro quel tappo si spalanca un novo mondo incantato, seppure su dimensione ridotta, anzi miniaturizzata.In araldica un fenomeno del genere si chiamerebbe Mise en abîme,e comunque esso sta ad indicare, un salto dimensionale, un passagio da un ambito di realtà a un altro: come varcare un confine, sottostare ad un crudele esperimento di biogenetica, abbandonare un mondo e entrare, spavaldamente in un altro ; salvo poi a ripercorrere quella strada esattamente nella direzione opposta, dal piccolo al grande, dalle due alle tre dimensioni.