I cartoon colorati di Pivi
Luigi Meneghelli
L’arena lunedi 22 novembre 1999
Tra immaginario individuale (sogno) e immaginario collettivo (mito), tra fantastico quotidiano e fantastico originario, panico :Leonardo Pivi (Cesena 1965) ha sempre attinto ad una dimensione dell’arte a metà strada tra storia ed attualità: tra idoletti lapidei, statuette propiziatorie e figure dell’infanzia (Pinocchi, Puffi un po’ sfrontati, un po’ inquietanti). Della scultura Primitiva ha impiegato il gesto, fermato nella materia come una cicatrice o come un’incisione dell’oggi ha scelto la deformazione formale al limite della caricatura, della maschera: come dire che L’amuleto appare insieme sacro e pagano, misterioso e provocatorio. Cosa che succede anche con i successivi mosaici romani, dove le tessere costruiscono l’immagine di un Dio-idolo contemporaneo (Morrison, Gligorov) popolando così gli spazi del culto con feticci mediatici.Ma le estreme grandi tavole, lavorate a tempera che sta proponendo alla galleria la Giarina (fino al 4 dicembre), a un primo colpo d’occhio sembrano evidenziare una sorta di scarto di composizione tecnica e senso. Il racconto di pratiche magiche pare aver abdicato in favore di semplici magherie surreali alla Lautreamont (“ballo con l’incontro fortuito, su un tavolo di dissezione, di una macchina da cucire e di un parapioggia”). Come osservare del resto, l’opera dal titolo Medioevaltirolese:un accostamento improbabile di un bamboccetto, di un pianoforte e di un bue squartato? La gratuità del legame taglia ogni qualifica realistica alla scena e mette in moto le forze dell’immaginazione. Ma nel far saltare l’ordine delle cose, nel creare compresenze, e ibridazioni figurali, Pivi non si separa da quella prassi intima e ossessiva che era anche la cifra della scultura. La tavola diventa la parete per un lavoro a tempera di alta abilità tecnica che sa di intonaco, di pittura muraria, di affresco pompeiano. Anzi il procedimento antico travolge perfino le forme e le fa regredire entro se stesse, quasi allo stadio della loro formazione.e allora si capisce come alcune scene di crudeltà quali (natura mezza morta, che presenta lo scuoiamento di un coniglio) non intendano essere pure esibizioni di una pura spettacolarità <splatter>ma la volontà di rappresentare un rito misterioso, antico, eterno(forse l’idea stessa del rito, il concetto tribale del sacrificio). E le figure, che a loro volta, si avvicendano intorno alla cerimonia, e che sembrano rifarsi alla magia di cartapesta dei baracconi o al decadentismo delle <favole>felliniane, non sono pensate nella mera ottica della deformazione o della incarnazione dei nostri incubi, ma proprio come creature di carta pesta: figure che non esistono, che non sono lì in carne ed ossa ma <esseri> che sono pensati vivi, quindi di una vita al di la del vero (che si consuma presto, che è cronaca). L’essere è favolistico, quasi cavato a viva forza dal medioevale liber monstrorum de diversis generibus: e ciò li rende atemporali, simboli di un grottesco primordiale, di una terribiltà antichissima.Il segno stilizzato e l’impiego di tinte forti, al limite dell’”à plat”, ha fatto parlare il curatore Guido Molinari di cartoon, di “colori disneyani”. Diciamo che Pivi si serve dell’impostazione fumettistica in funzione strumentale, cioè per semplificare e rendere più immediato il suo messaggio. Lo stesso fatto che non ci siano sfondi, ma solo una superficie monocroma, fa in qualche modo galleggiare l’immagine, la porta al livello di uno stemma araldico, di un segnale arcaico che smarrisce i propri significati nella notte dei tempi.<Stop & Go>:è il titolo (da formula uno) della rassegna, come a voler indicare non un arresto o un viraggio stilistico, ma un <pieno> (per rimanere in gergo automobilistico): il passaggio dell’esperienza diretta del sasso, della pietra scolpita, alla sua elaborazione bidimensionale, alla sua lettura aperta, spaginata : senza, con questo, perdere nulla di quel bisogno di muoversi sempre ai bordi di una elementarità preziosa e spettrale. E anche lunica scultura presente in mostra è di cartapesta è resto d’essere, carcassa crocefissa orizzontalmente) anch’essa è immagine teatrale agghiacciante ed ironica, che mostra la sua fatale consumazione in superficie, come se fosse essudata, espulsa veso l’esterno.