Memorabilia musiva
Luca Beatrice
catalogo “Corpo estraneo”, 2004
Fanno degli strati di un vetro bianco, brillante per le finestre dello spessore di un dito, li tagliano con un ferro caldo in piccoli frammenti quadrati, e li coprono da un lato di foglia d’oro, poi d’uno strato di vetro molto luminoso; quindi li giungono insieme sopra un piano di ferro, coperto di calce o di ceneri e li cuociono nelle fornaci trasformandoli in lastre trasparenti. Questi vetri, utilizzati nei mosaici, producono un effetto molto decorativo. Teofilo, Schedula diversarium artium, XII secolo*.
Apparsa ai più come un miracolo di tecnica, l’arte del mosaico è stata, nei secoli, quella che più si è avvicinata al bisogno e al desiderio di narrazione, insito nella natura umana fin dai graffiti nelle Grotte di Altamira. Rispetto però alla pittura, il mosaico si ritiene appartenere al novero delle arti minori o decorative. Dei pittori, talora anche in epoche lontane e oscure come l’Altomedioevo, conosciamo nome e cognome o almeno scuola o bottega. Il mosaicista è, il più delle volte, un anonimo artigiano inserito in un’équipe di lavoro all’interno di un cantiere. L’équipe di lavoro – racconta Xavier Barral i Altet – ha una struttura gerarchica. Alcuni eseguono le figure e le composizioni più elaborate, mentre altri sono specializzati nel riempire i fondi o nel realizzare le composizioni geometriche o ornamentali. Quando il mosaico è firmato, l’esistenza di una gerarchia risulta direttamente attestata, poiché sovente si tratta del nome del capo bottega, testimoniando l’importanza della bottega più che del singolo mosaicista. Adoperato inizialmente per il suo potere meraviglioso e incantatore più negli edifici civili, ad esempio in terme e dimore private, che negli edifici di culto, il mosaico fiorisce nella Ravenna paleocristiana intorno al V secolo. Il grande sviluppo della città si deve all’imperatore Onorio, che nel 402 trasferisce la sede del potere da Milano a Ravenna, facendone la nuova capitale dell’impero d’occidente. La sorellastra di Onorio, Galla Placidia, intraprende la costruzione di numerose chiese in città, che ricevono una ricchissima decorazione musiva e soprattutto ne rappresentano le tendenze più innovative. Le testimonianze oggi conservate di questa fioritura sono il mausoleo di Galla Placidia nell’oratorio di San Lorenzo; il battistero degli Ortodossi decorato alla metà del V secolo con un mosaico caratterizzato da grandi figure su fondo blu; la basilica fatta costruire da Teodorico, re degli Ostrogoti, e dedicata al Salvatore, dove nel IX secolo furono trasferite le reliquie di Sant’Apollinare (oggi Sant’Apollinare Nuovo); la chiesa di San Vitale, fondata dall’arcivescovo Ecclesio alla fine del VI secolo dove il Cristo Pantocrate troneggia al centro dell’abside accanto al fondatore della chiesa, mentre Cristo gli porge la palma, simbolo del suo martirio. I simboli imperiali sono presenti invece nella celebre raffigurazione di Giustiniano accompagnato da dignitari laici ed ecclesiastici e dall’imperatrice Teodora con il suo seguito, mentre sull’arco trionfale sono rappresentate le città di Gerusalemme e di Betlemme. Infine, due anni dopo San Vitale, venne consacrata Sant’Apollinare in Classe, di cui attualmente si conserva il mosaico absidale con l’immagine del santo in preghiera. Forse per la sua posizione geografica, una porta d’oriente al pari di Venezia, Ravenna vede l’irradiarsi dell’influenza bizantina, soprattutto per l’impiego dell’oro e dell’argento nei punti strategici dell’architettura musiva. Un’arte che sviluppa, unitamente alle soluzioni decorative più estreme e virtuosistiche, la tendenza al racconto, a farsi testimonianza della cronaca dell’epoca. Nato e cresciuto a due passi da tanto tripudio aureo, Leonardo Pivi non può non aver subito il fascino di questa tecnica apparentemente lontana dalla contemporaneità e invece altrettanto adatta a eternare il tempo, a trasformare la cronaca in storia. Sempre più spesso ci troviamo a constatare, se non a lamentarcene, di essere sottoposti a un surplus di immagini: il bombardamento della nostra retina, e di conseguenza del nostro cervello, come condizione simbolica della nostra contemporaneità. Certo, gli artigiani ravennati non disponevano di giornali, tv e neppure di internet, ma già ai loro tempi c’era chi predicava la necessità di un’iconoclastia, magari con intendimenti diversi rispetto a oggi. Come in ogni epoca (nella sua epoca) ogni opera d’arte è stata a suo tempo contemporanea, così qualsiasi riflessione che implicasse il tema della modernità ha visto il presente nelle vesti di accesso tecnologico e il passato come rifugio e conservazione di un precedente stato di natura elevato a simbolo nostalgico. Per diversi anni Leonardo Pivi non si è posto il problema della contemporaneità, consapevole che si trattava di un falso problema. Altri stabiliscano l’attualità di un artista a partire dal mezzo: a Pivi non gliene mai importato nulla e ha continuato a giocare con la scultura e la decorazione, il disegno e il mosaico pur sapendo che un qualsiasi video o un’istantanea fotografica sono legittimati in partenza come “opere d’arte contemporanea”. Questo nuovo ciclo di micromosaici, che Pivi inserisce all’interno di una rivista, si pone come un ossimoro. Materiale cartaceo destinato a celere consumazione vs. materiale prezioso che suggerisce il concetto di eternità. L’attuale, così attuale da portare impressa ed evidente la data come un timbro di scadenza, contro la memoria dell’antico desunta dai libri di scuola. Immagini del tutto contingenti trasformate in icone già santificate dalla voluttuosa luccicanza delle tessere d’oro. Una rivista (d’arte, di passatempi, di sport, di spettacolo) nasce per fare cronaca. Chi legge le riviste cerca sulla copertina un’immagine di assoluta attualità. Valentino Rossi non è solo il super campione della Moto GP, ma anche il personaggio irridente e scanzonato che conosciamo, Vasco Rossi non è solo l’italica rockstar in grado di radunare folle oceaniche ai suoi concerti ma anche l’ex ribelle il cui passato attrae forse più del presente. E se Michael Schumacher è l’inesauribile macinatore di successi (è lui che ha riportato la Ferrari a trionfare dopo ventuno anni, per questo non ci stancheremo di vincere) il povero Marco Pantani sembrava dimenticato da tutti e solo la tragica fine lo ha riportato agli altari delle cronache. Pochi conservano i giornali, a differenza delle opere d’arte di cui ci si prende cura con massima devozione. Conservazione dei beni artistici è una materia universitaria, invece le vecchie emeroteche stanno per essere soppiantate da archivi in rete, efficaci, rapidi e soprattutto molto meno ingombranti. Le copertine delle riviste finiscono per assomigliare sempre più spesso a memorabilia. Moda assai diffusa nel mondo anglosassone (le principali case d’asta organizzano diverse battute annue dedicate a oggetti strani, cose appartenute a personaggi famosi, reperti di modernariato, autografi, foto di famiglia ecc…), quello dei memorabilia è un gusto che va di pari passo con il collezionismo più ossessivo e feticista, che si sente rassicurato dall’entrare in possesso di quell’unico pezzo che manca per completare il proprio mosaico. Ancora tessere e ancora mosaici. L’albo esaurito che mi serve per finire la collana a fumetti del mio eroe preferito, il numero di Flash Art che non ho ricevuto in abbonamento e che mi manca per finire la collezione. Leonardo Pivi incastona mosaici dentro le riviste, che ormai non sono più semplici oggetti cartacei ma assumono il carattere di memorabilia musivi. Infatti non si possono leggere, come a nessuno verrebbe in mente di sfogliare la prima edizione di un libro raro, che gli si sfarinerebbe tra le mani. Da anni si discute del rapporto a elastico tra l’arte e la vita: ogni tanto si allunga, altre volte si accorcia. Quando Robert Rauschenberg nel 1956 realizzò Bed, un vero letto ricoperto di pittura, un letto non più letto ma quadro, qualcuno gridò all’affronto perché la pittura in questo modo stava subendo la perdita di sacralità. Quell’aura sottratta all’arte dal ready made avrebbe dovuto risparmiare almeno la più nobile delle Fine Arts, la pittura. Poi, a metà degli anni ’90, Tracey Emin ha esposto Bed, il suo letto con le lenzuola sporche, i preservativi (usati?), tracce di malessere e di tentato suicidio. La vita dell’artista come cronaca quotidiana da servire in pasto al pubblico, sfruttando lo stesso meccanismo implicito nei giornali di gossip. A Leonardo Pivi invece non interessa né l’antica provocazione dell’oggetto decontestualizzato e neanche quella più contemporanea dell’ossessione per l’autobiografismo. Pivi, da buon artista ravennate a cavallo tra V e XXI secolo, racconta la vita degli altri, sostituendo la carta stampata con un piccolo contributo d’eternità.
- Citato, come molte informazioni riportate di seguito, da Xavier Barral i Altet, “Il mosaico parietale”, in La pittura in Italia. L’Altomedioevo, Electa, Milano 1994, pp. 462-479.