Pivi scultore per vocazione
Luca Beatrice
catalogo anno 2001
Non è specificatamente critica questa definizione di Leonardo Pivi; è stato infatti Alessandro Pessoli, artista suo conterraneo, con poche parole a presentarne l’attitudine: (le sue) sono sculture per vocazione, nascono e sono comprese nello spazio delle mani, presuppongono l’intervento diretto della manualità dell’artista. All’opera di Pivi si potrebbero accostare diversi termini come primitivo, primordiale, magico, ancestrale, fantastico, surreale. Tutti gli si addicono ma tutti in qualche modo si limitano a cogliere solo uno dei possibili aspetti, quello più appariscente e legato ad una lettura iconografica, comunque affascinante, del suo lavoro, che è molto ma, appunto non è tutto. Osservando infatti il percorso di Pivi viene da posizionarne l’opera all’interno della scultura. Sarà dunque necessario chiedersi, riprendendo un’interrogativo lanciato più di quindici anni fa da una celebre mostra a Parigi, “che cos’è la scultura moderna?”. Scrive Martin Mertens: Il xx secolo ha prodotto un radicale cambiamento nel concetto di “arti plastiche” e di “scultura”. Categorie come il ready -made, l’objet trouvè, l’installazione, le arti plastiche sociali, la videoscultura e molti altri modi della rappresentazione formulano nuove e interessanti questioni sulla scultura. Tuttavia l’arte contemporanea spesso paga il prezzo dell’emancipazione e della libertà con il disorientamento e il qualunquismo. Da una parte infatti assistiamo alla tendenza del cosiddetto “slittamento” della scultura in qualcosa d’altro (ai generi individuati da Mertens si potrebbero aggiungere almeno gli environnments e la body sculture) che insegue lo scopo di attualizzare al massimo questa categoria allontanandola nel contempo dall’intenzione originaria, la manipolazione del materiale. Dall’altra parte invece, il lavorio anacronista sulla materia trasforma spesso l’attività dello scultore in un atto di resistenza, in qualcosa di deliberatamente inattuale. Si chiede ancora Mertens a proposito del lavoro di Stephan Balkenhol: perché un’artista giovane e moderno fa sua una scultura classica vecchia di cento anni, alle cui domande, apparentemente, si è trovata risposta da tempo? Ecco, questo interrogativo potrebbe essere girato subito a Leonardo Pivi: in che modo e perché fare scultura nell’anno 2000? Intanto resta la necessità di intendere questa categoria dell’arte come manipolazione di un materiale allo scopo di ottenere una forma. Ciò è imprescindibile in Pivi “scultore per vocazione”, è l’autentico motore del suo lavoro dove manipolazione della materia equivale a sperimentazione sulle forme. In questa mostra presenta uno degli aspetti della sua opera, i piccolissimi formati, veri e propri tesori di cesello e di oreficeria che ce lo fanno apparire come un Cellini contemporaneo: minuscoli gioielli alti meno di venti centimetri, pietre scolpite con assoluta perizia ed arricchiti da inserimenti di preziosi e, talora, contaminati da residui organici (peli, ossa, denti) la dimensione così ridotta, peraltro atipica nel panorama contemporaneo, suggerisce un’idea di protezione, di riparo, di sottrazione allo sguardo estraneo, un atteggiamento antienfatico ed estremamente rispettoso come se si trattasse di piccoli segreti da custodire con cura straordinaria e inusuale per un oggetto d’arte, oggi. Precisato ciò, va detto comunque che queste minuscole prove non esauriscono l’indagine di Pivi nella scultura: per contro infatti lavora su grandissimi formati, addirittura monumentali, utilizzando in tali occasioni materiali molto più poveri come il cemento, resine polimateriche ultraleggere, leghe sintetiche. Trait-d’union tra questi due aspetti è il mosaico, altro materiale trascurato dalla contemporaneità, in cui Pivi opera con preziosismi sul singolo tassello ma dilatando l’immagine fino a raggiungere dimensioni davvero notevoli. Dove il discorso di Leonardo Pivi si fa decisamente contemporaneo è nell’iconografia. Queste “immaginette” apotropaiche, cariche di valori ancestrali e primordiali rispondono in realtà ad una necessità della nostra specie tanto più sviluppata ed urgente quanto più si fa vicino il contatto con il futuro e l’ignoto: ricercare lontano da sé le radici della propria storia ed utilizzarle non come un reperto del passato ma come forza viva e presente. Si potrebbe dire dunque che le sculture di Pivi sono “antropologiche”, uno studio sull’uomo e della cultura umana.
Figure dall’antico che in realtà parlano di trasformazioni, ibridazioni, contaminazioni mescolando la natura organica con quella inorganica, il naturale con l’artificiale, i grilli medioevali con i _freaks _del futuro, l’africanismo dei primi Novecento e quello di oggi, immagini talora minimali talora espressioniste, le tavole di anatomia con i film di fantascienza, le raffigurazioni grottesche con il nuovo fumetto. Pivi è un’eccellente disegnatore (nell’opera su carta tocca punti notevoli di sperimentazione in un tratto nervoso e carico di sense of humour) e talora si cimenta nella pittura a tempera su tavola, una pittura magra e molto incisiva: entrambi, il disegno e la pittura funzionano sia come ideale completamento della scultura, sia ne posizionano l’opera all’interno di un percorso parallelo dell’arte contemporanea (parallelo alla linea della riduzione minimalista e della freddezza neoconcettuale) dedicato all’esplosione fantastica. Un’arte che si fonda su una sovrabbondanza di dettagli, sull’horror vacui, sull’effetto visivo buono soprattutto per gli intenditori e relazionabile ad una sensibilità culturale molto ampia di cui l’arte visiva è appena un segmento: la pittura della West Coast americana, le foto di Joel Peter Witkin e di Gligorov, le ceramiche di Luigi Ontani, le illustrazioni, i film e le opere letterarie di Alejandro Jodorowski, il cinema di Luis Bunuel e i b-movie di SF. E, cosa più interessante, Pivi è in grado di ottenere questo effetto magico spiazzante con una delle forme più tradizionali, la scultura. Perché Pivi è uno “scultore per vocazione”.