Triennale D’arte Sacra 2008
Luca Beatrice
catalogo Edizioni Stauros, 2008 pag. 232
Ogni linguaggio ha trovato un proprio momento aureo, la fase di maggior diffusione, stabilendo così una classificazione delle arti in “maggiori” e “minori”, che ha spesso determinato l’affermazione o la scomparsa delle stesse. Un esempio calzante è la miniatura. L’illustrazione dipinta, dopo la diffusione in epoca medievale come principale supporto a corredo dei testi scritti -in quanto tecnica che ben rispondeva alle esigenze estetiche e, soprattutto, comunicative della chiesa- è pian piano scivolata in un ruolo marginale, che l’ha relegata per lo più a elemento accessorio di documenti e codici. Simile percorso lo ha vissuto il mosaico, un’arte che trova origini in tempi lontani, fin dal mondo bizantino -si pensi al ricco patrimonio presente in Italia (il mausoleo di Galla Placidia, Sant’Apollinare in Classe e la chiesa di S. Vitale a Ravenna)- e che in epoche più tarde è stata completamente soppiantata, da pittura, scultura, e architettura, considerate invece espressioni d’a rte “maggiore”, dunque intimamente più auliche. Già nel novecento, sia in ambito nazionale – come dimostrano le opere musive realizzate a Parigi da Gino Severini insieme al gruppo di maestri mosaicisti di Ravenna (Signorini, Rocchi, Melano, Guardigli, Cicognani)- che internazionale- ne è una testimonianza la reinterpretazione innovativa prodotta dal grande architetto Antoni Gaudì al park Güell di Barcellona – si assisteva a una vera e propria rinascita del mosaico, inteso ormai come espressione autonoma e arricchita di nuovi parametri estetici e critici. Leonardo Pivi è sicuramente tra gli artisti italiani che più contribuisce, in maniera dinamica e nuova alla riaffermazione di questa antica tecnica. In piena adesione alla funzione narrativa che il mosaico ricopriva in epoche passate, Pivi riadatta tale pratica antica in chiave moderna, individuandola come strumento comunicativo in grado di trasformare la cronaca attuale in storia. Il suo ciclo di micromosaici – tessere preziose inserite all’interno di pagine di giornali e riviste- si pone come un ossimoro: un materiale cartaceo dall’uso rapido e di breve durata viene infatti contrapposto a un materiale pregiato, simbolo di eternità e durevolezza. È in questo binomio che Leonardo Pivi colloca l’opera “L’anima mia magnifica il Signore”: tre copertine di una nota rivista d’arte diventano i supporti su cui, con una calma d’altri tempi quasi certosina, sono applicate le tessere musive a esaltazione dell’iconografia della Vergine e dei due Angeli. Il suo lavoro quindi non si limita alla sola riproduzione di immagini prestampate, ma all’attenta trasformazione di queste in oggetti rari, in memorabilia, in manufatti da collezione. In un costante alternarsi di tradizione e contemporaneità, nel continuo tentativo di coniugare l’antico con il moderno, l’attività di Pivi trova, nel tema religioso, una delle principali risposte alla sua ricerca artistica.