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Vanitas musiva

Massimo Pulini

catalogo Terra bruciata, 2014

Tra il quarto decennio del Seicento e la metà del secolo successivo i vertici vaticani misero in atto un piano che portò alla sistematica sostituzione dei dipinti che erano collocati negli altari della Basilica di San Pietro. Le ragioni dell’allontanamento di grandi capolavori pittorici come quelli di Guercino o di Poussin, di Valentin o di Domenichino non furono di ordine estetico, come a volte successe nella storia della chiesa, ma di carattere materico, inerenti a questioni chimiche e fisiche, come dire: conservative. Anche se al tempo si trovavano in buono stato, al posto delle tele si iniziò a porre le copie di quei dipinti realizzate in micromosaico, mirabili per qualità ed efficaci nella resa mimetica, ma soprattutto, attraverso gli impasti vitrei delle tessere, avrebbero sopportato l’usura dei secoli molto meglio della tela e della pittura a olio. L’intera vicenda si compì attraverso un processo lungo ed estremamente complesso a dimostrazione del lucido programma di “durata” concepito per la chiesa di tutte le chiese, per la suprema basilica del culto cristiano. La tecnica del mosaico dunque veniva e viene tuttora considerata uno strumento di eternità, comprovato dalle antiche ville romane, dalle vestigia ravennati e dai grandi cicli decorativi bizantini. Questa lunga premessa serve a presentarmi con una certa disposizione d’animo davanti ad alcune opere di Leonardo Pivi. Mi riferisco in particolare a quelle in cui l’artista recupera un semplice periodico illustrato, di quelli che solitamente hanno una cadenza e un consumo settimanale o mensile, e vi incastona un proprio mosaico restituendo mimeticamente il volto del protagonista di copertina. Oppure alle opere che proiettano a muro la “schermata” di una pagina web sostituendone la parte fotografica, attraverso una impervia tecnica musiva. Qui lo strumento minerale di eternità entra a gamba tesa nella cronologia del deperibile e nei luoghi dell’immateriale. Raramente un’opera d’arte contemporanea trova il talento del pensiero e la fermezza della mano per centrare un bersaglio così mobile e ineffabile quale è il Tempo. Quasi mai riesce a ferire il presente attraverso frecce linguistiche antiche come la pietra, rinnovandone l’acuminatezza con tagli mediatici e sensoriali. Agendo sull’espediente dell’illusione, veicolo naturale delle arti visive; in virtù di una tecnica sopraffina, frutto di pazienza e sensibilità; ma grazie anche a un ribaltamento temporale, che scarta ogni gerarchia tra durata e fugacità, l’artista costruisce un gioco di prestigio impeccabile. Nel Seicento i dipinti chiamati “Vanitas” raccontavano il transeunte disponendo sul piano di una natura morta tutti gli strumenti delle arti (dal liuto alla tavolozza, dalla penna d’oca allo scalpello), ponendoli vicini ai simboli dell’effimero: il fumo di una candela spenta, una bolla di sapone o un soffione di tarassaco. Si parlava così dell’inutilità degli sforzi umani nella loro gara col tempo, cercando tuttavia livelli di esecuzione virtuosistica, di qualità concettuale e di trasporto sentimentale tali da contraddire sul nascere quel postulato di vacuità. In modo non tanto dissimile, anche se fuori dalle formule di qualsiasi genere, Leonardo Pivi parla ora di una “Vanitas” del linguaggio, della comunicazione e forse delle stesse relazioni umane facendo scorrere il naspo, che determina la trama dell’opera, dall’attimo all’eterno e viceversa.